inFiamma
Il resto è diventato oggi il termine forte. E’ sul resto che si fonda una nuova intelligibilità. Fine di una certa logica delle opposizioni distintive in cui il termine debole funzionava come termine residuale. Oggi tutto si capovolge. La stessa psicoanalisi è la prima grande teorizzazione dei residui (lapsus, sogni, ecc.). Non è più un’economia politica della produzione a dirigerci, ma un’economia politica della riproduzione, del riciclaggio – ecologia e inquinamento – un’economia politica del resto. Tutta la normalità è rivista oggi alla luce della follia, che non era che il suo resto insignificante. Privilegio di tutti i resti, in tutti i campi, del non-detto, del femminile, del folle, del marginale, dell’escremento e del rifiuto in arte, ecc. Ma questo non è ancora che una sorta di inversione della struttura, di ritorno del rimosso come tempo forte, di ritorno del resto come sovrappiù di senso, come eccedenza (ma l’eccedenza non è formalmente diversa dal resto, e il problema del dispendio dell’eccedenza in Bataille non è diverso da quello del riassorbimento dei resti in una economia politica del calcolo e della penuria: solo le filosofie sono differenti)].

Nella sua accezione complessa, sia negativa (scarto, immondezza, residuo, maceria) sia positiva (resto, rimosso, eccedenza, sovrappiù, alone, scia), Palazzeschi “incendiario” coglie i termini della questione a tal punto che su Lacerba tiene una rubrica intitolata “Spazzatura”. E in un colpo solo, componendo nel 1910 una poesia fatta di “robe avanzate”, ricicla il D’Annunzio delle stirpi canore (i miei carmi son prole/delle foreste...) e l’onomatopeico Pascoli degli scilp…vitt…videvitt…dib dib bilp bilp.
Si comporta in qualche modo come i bambini che amano giocare con rimasugli e avanzi. Non è un osservatore qualsiasi a notarlo, ma il grande Walter Benjamin che per il saggio su L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica o per le riflessioni sulla storia non dovrebbe mancare per approfondire lo studio del Novecento. Qui è in una scrittura aforistica, particolarmente lucida:

É che i bambini sono portati in misura notevole a frequentare qualsiasi luogo di lavoro in cui si opera visibilmente sulle cose. Si sentono attratti in modo irresistibile dai materiali di scarto che si producono nelle officine, nei lavori domestici o di giardinaggio, in quelli di sartoria o di falegnameria. Nei prodotti di scarto riconoscono la faccia che il mondo delle cose rivolge proprio a loro. A loro soli. In questo essi non riproducono tanto le opere degli adulti quanto piuttosto pongono i più svariati materiali, mediante ciò che giocando ne ricavano, in un rapporto reciproco nuovo, discontinuo.

Emerge il concetto di riuso creativo: gli scarti dei manufatti e degli oggetti trascinano con sé un assemblaggio, una energia ri-creativa diversa, che mette in moto la fantasia (Gianni Rodari ne è stato maestro), instaura rapporti nuovi, in una parola produce invece che riprodurre. É il proliferare dei ready-made; il “trionfo della spazzatura”.

 

ANELITI

aprile 2011
residui di lamiera zincata - film plastici
JSIGN concept store Napoli
"Cose in/possibili" FondazionePlart
a cura di Marco Petroni
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